martedì, dicembre 12, 2017
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4 febbraio 1991/2011: Rosanna Benzi

Intervista Rosanna BenziQuando il vizio diventa virtù: Rosanna Benzi e il suo “Vizio di Vivere”, a vent’anni dalla morte.

“C’è un’altalena, ci sono i bambini e le farfalle; gareggiano a chi vola più in alto, e solo uno, tra quei sogni librati in aria, avrà il filo corto di un tramonto invernale: è il passo di Rosanna, costretta in una scatola d’acciaio a 14 anni, eppure rimasta libera fino alla morte”.
Potrebbe essere questa la scena iniziale dello spettacolo dedicato a Rosanna Benzi – la donna che ha vissuto per trent’anni in un polmone d’acciaio – e previsto sulle scene per il prossimo dicembre.
A vent’anni dalla scomparsa di Rosanna, infatti, l’Associazione “Gli Altri” – che lei stessa aveva fondato per difendere i diritti dei più deboli – ha organizzato una serie di iniziative volte non solo a commemorare l’anniversario, che ricorre il 4 febbraio, ma soprattutto a mantenere vivi l’esempio e l’impegno di una donna che non si è mai arresa: dalla ristampa del suo libro autobiografico “Il Vizio di Vivere” alla partecipazione a programmi televisivi, dall’organizzazione di alcuni incontri con gli studenti liguri ad una riduzione teatrale del testo.
Rosanna Benzi, che era nata a Morbello (AL) nel 1948, nel marzo del 1962 si vide costretta a rinchiudere la propria giovinezza dentro una stanza d’ospedale; una complicazione della poliomelite le tagliava il respiro, ed il polmone d’acciaio divenne l’unica soluzione con cui  i medici del San Martino potessero garantirle la sopravvivenza.
Ma quella di Rosanna è tutt’altro che una storia triste; piuttosto una storia d’amore e di coraggio: la sua vita è stata un rosario di giorni vissuti allo stremo, una collana di perle irregolari e sfaccettate, ricca di battaglie, di sofferenze, di mani e di amore.       Perché Rosanna, femmina testarda e ironica, si è fatta paladina di lotte sociali ingaggiate per difendere le ragioni dei più deboli, partendo dalla piega più intima: il diritto di amare  rivendicato a suon di pugni contro i fianchi dell’handicap.
Per dirla con le sue parole, il giorno in cui “il mondo si coricò”, Rosanna, anziché soccombere, alzò la testa; puntò gli occhi negli specchi in cui osservava un mondo capovolto, e si impegnò per raddrizzarne il verso: “in corsia era impossibile vivere pensando solo a se stessi, non c’era né il modo né il tempo, e nel bene e nel male si cantava sempre in coro, quasi mai a bassa voce”  e di qui l’impegno sociale, la ricerca di un ruolo che restituisse il senso ad una vita ché restasse integra nella sua dignità finanche nella malattia: “Fare quello che faccio dà soddisfazione a me, tanto per cominciare. Se c’è un merito, un elemento di bellezza, in questi, sta nel trovare soddisfazione in qualche cosa di valido piuttosto che in puri egoismi, in idiozie o in affari disonesti”.
Rosanna, che teneva a non essere santificata, né tantomeno compatita per la sua condizione, prese il limite e lo sostituì al trampolino: il polmone e l’immobilità erano sì ostacoli, ma anche spunti da cui guardare oltre. Montagne impossibili da scalare, ma anche vette su cui si potevano edificare baite di speranza, e da cui era forse possibile (doveroso?) pianificare strategie che ramificassero l’impegno sociale nella sottostante e desolata vallata della cosiddetta “normalità”.
Una normalità da cui Rosanna non chiese mai l’esonero, anzi: semmai fece in modo – affidandosi all’amore e alle cure delle persone che amava e che le restarono accanto fino alla fine – di organizzare tutta una serie di incontri e contaminazioni – anche attraverso la sua rivista “Gli Altri” – con gli esponenti di quella maggioranza della popolazione clinicamente sana, libera di circolare sulle proprie gambe, ma intimamente ammalata d’insoddisfazione e ridotta in schiavitù dai diktat del potere e della moda.
Forse anche per questo ogni volta che si parla a qualcuno di Rosanna Benzi, quel qualcuno sorride; ed è proprio per questo che l’idea di portare Rosanna su un palcoscenico, e restituirle la voce, ci entusiasma tanto: perché il suo ricordo è un sole senza ombre; è energia, luce e calore senza negativo. La sua voglia di vivere si srotolava in una tenace rincorsa che tendeva alla serenità senza ignorare la malattia, in un nastro di impegni e traguardi tagliati con l’ostinata e tenera determinazione a vedere sempre un prossimo obiettivo.
Obiettivi sociali che la affrancavano dal pietismo: nessuno ha mai potuto permettersi il lusso becero di provare compassione per l’invalidità di Rosanna, che con intelligenza e sagacia sapeva rimettere in riga qualsiasi temerario giornalista o curioso osasse provocare la sua ironia; la sua diversità nasceva dall’anima, e non dall’immobilità contingente, ed era questa assoluta unicità a tramutare l’imbarazzo iniziale in curiosità per poi cristallizzarlo in una incondizionata ammirazione.
La crisalide di speranza che buca il bozzolo dell’impossibilità è un piccolo miracolo che Rosanna ha perpetrato per tutta la sua vita, dando voce ai sussurri, e ali a chi a stento si trascinava.
Oggi, a vent’anni dalla sua morte, in un contesto sociale smagliato, come quello che stiamo vivendo, “le parole” di Rosanna appaiono più che mai attuali ed importanti; non solo per mantenere vivo e splendente il ricordo di un’anima bella nelle persone che hanno avuto la fortuna e l’onore di conoscerla, ma, soprattutto, per dare la possibilità ai più giovani e a chi non l’ha incontrata, di riflettere sulla sua storia per cogliere una nuova opportunità: assuefarsi al Vizio di Vivere.

Ascolta Rosanna che fa gli auguri di Natale a Radio Antenna Ovest (Collegno, Torino). L’ anno è il 1990

 

 

 


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