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Genova e il suo figlio più amato
Si è aperta il 31 dicembre a Genova una grande mostra dedicata a Fabrizio De André, a Palazzo Ducale. E continuerà per tutti questi mesi fino al prossimo 3 maggio. È l’omaggio più importante di Genova a uno dei suoi figli più amati. Ed è la conclusione di un processo che ho guardato con sorpresa per anni, stupendomi di molte cose. Ovvero: il crescere della fama, della popolarità, dell’attenzione verso Fabrizio De André di un pubblico che non era più il suo tradizionale, ma era un pubblico di giovani, di persone che non l’avevano mai ascoltato prima, e che scoprivano i suoi dischi dopo la morte, avvenuta l’11gennaio 1999, proprio dieci anni fa.
Quando dopo la sua morte scrissi “Come un’anomalia”, il saggio introduttivo al volume di Einaudi “Parole e canzoni” dedicato a Fabrizio De André (il primo dei libri che avrebbe inaugurato la collana dei testi dei cantautori) nessuno poteva immaginare quello che sarebbe accaduto con De André: un fenomeno nuovo, diverso da tutti gli altri. Una vicinanza dei giovani a quell’uomo, alle sue parole, ai suoi pensieri e alla sua musica. I negozi di dischi si riempivano di cofanetti, antologie e quant’altro, e si vendevano, moltissimo. Ma senza che nessuno volesse trasformarlo in un cantautore di culto, senza quella sorta di sacralità e religiosità che ha trasformato tutti i grandi musicisti dopo la morte. Penso a John Lennon, penso Elvis Presley, penso a Jimi Hendrix, Kurt Cobain o Jim Morrison.
Il culto di Fabrizio, la distanza adorante da Fabrizio nessuno l’ha voluta. Lentamente i più giovani si sono avvicinati a un autore superando tutta l’aneddotica su De Andrè, che aveva meno a che fare con lui di quanto si possa immaginare. E il successo di De André di questi ultimi dieci anni è un elemento davvero di speranza. In questo mondo musicale, e soprattutto culturale, plastificato, commerciale, costruito a tavolino, buono per vendere prodotti tutti uguali, canzoni finte trasgressive che in realtà schiacciano l’occhio al pubblico, cantanti che mettono nei loro testi un vitalismo che è solo di maniera, gente che cerca di raccontare un mondo ma senza avere un mondo interiore, Fabrizio De André rappresenta l’opposto: l’autenticità, la comprensione, l’intelligenza, una visione del mondo autentica, e un’ostinazione personale a seguire percorsi suoi, con l’idea che un artista si fa seguire, e non segue nessuno. I più giovani, e non solo loro, lo cercano perché sanno che era un grande uomo. Un giorno Dori Ghezzi mi ha detto: «di Fabrizio mi manca la sua voce, la voce di tutti i giorni, quella di quando non cantava». Questa mostra genovese ci racconta anche quella voce. Ci racconta com’era davvero, e chissà cosa avrebbe detto Fabrizio De André di tutto questo, quanto lo avrebbe sorpreso.
L' Unità, 2 gennaio 2009
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