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LA STAMPELLA DI NANDA, di Nicola Stella*

(parte I: Pivano meets Patti Smith)


nanda
Se Massimo Troisi fu il Postino di Neruda, mi accontento di essere stato per una mezza giornata abbondante - e non in una finzione - la stampella di Fernanda Pivano.

Lei aveva 86 anni e beveva solo Coca-Cola; un settimanale ebbe l’idea di organizzare e raccontare un’intelligente carrambata: la vecchia cantrice (femminile di cantore, da verificare sul vocabolario) della beat generation con la non più giovane cantante della post-beat generation: Patti Smith. Cantante, poetessa, collega, erede, amica e qualcosa di più, ma soprattutto - come vedremo - assistente terminale di alcuni tra i grandi di quella corrente culturale conosciuta in Italia grazie specialmente alla Pivano. Patti Smith doveva tenere e tenne un concerto a Genova il 27 luglio del 2003 e quel giorno avvenne l’incontro con Nanda.

Io c’ero perché quella domenica la mia compagna, inviato del settimanale, doveva mettere insieme l’evento “Nanda meets Patti” e serviva manovalanza. Nanda era un poco malandata e bisognava fare in modo di accompagnarla dal momento dell’incontro con Patti, nel primo pomeriggio, fino al concerto e al suo termine, la notte.

Il mio incarico fu quello di sorreggerla passo passo per tutto il tempo: “Tienimi forte, ho mal di schiena”, avvertì subito afferrandomi il braccio (mi ero preparato professionalmente con una colazione a base di nimesulide).

Il rendez-vous tra i due miti avvenne in un albergo del porto antico: baci, abbracci e poi la lunga conversazione. L’articolo non uscì mai perché Nanda, conclusi i convenevoli commossi, esordì chiedendo come fossero morti i suoi amici, sapendo che Patti era stata al loro fianco fino all’ultimo.
Parlarono lungamente dell’ultimo impermeabile di Gregory Corso e del catino colmo d’acqua che le servì per vegliare Allen Ginsberg. Sussurravano. Tutto volle sapere, Nanda, perché gli amici, per quanto poeti, sono sempre materia umana. Argomenti un po’ fuori target per un settimanale brillante.

Di quell’incontro potete trovare una traccia nell’articolo che Fernanda Pivano scrisse il 14 ottobre del 2003 per il Corriere della Sera in occasione dell’assegnazione del Premio Tenco a Patti Smith.

Eccone alcuni passaggi:

«…quando sono andata a trovare Patti Smith a Genova, nell’albergo sul porto dove aspettava di andare in palcoscenico... Portavo al collo il mio simbolo antinucleare di Bertrand Russell e, quando Patti Smith è comparsa sulla scala, mi sono accorta subito che lo portava anche lei sul risvolto della giacchettina nera diventata la sua uniforme. E’ stato come se il mio mondo di sogni sommersi, sogni di pace, sogni di comunicazione, sogni di libertà esplodesse con la dolcezza e le speranze di allora; e forse è stato così anche per Patti Smith perché aveva anche lei gli occhi pieni di lacrime quando ci siamo abbracciate…

Ormai parlavamo come se, invece di esserci incontrate pochi minuti prima, ci conoscessimo da anni; e infatti di lei sentivo parlare da anni dai miei amici importanti, ciascuno di loro con aneddoti sempre tali da illustrare la sua sensibilità eccezionale, la sua femminilità eccezionale, la sua generosità eccezionale.

Mentre mi parlava aveva abbassato la voce come se i miei amici fossero ancora lì in punto di morte: Allen Ginsberg l’ aveva vegliato due giorni e due notti durante la sua terribile agonia, e andava nella stanza vicina a leggere il libro di Ezra Pound con Gregory Corso con lo stesso spirito con cui Gregory Corso si accasciava disperato sul letto di Allen Ginsberg, invocandolo di restare, di non andare, di resistere... Queste cose Patti Smith e io le sapevamo e non c’ era bisogno di ripetercele. … Con lo stesso cuore, con la stessa mente aveva salutato la fine di William Burroughs che era stato quasi suo fidanzato, come poteva esserlo questo genio che faceva credere di odiare le donne. ...

Ma nel 1980 Patti Smith aveva spaventato i suoi amici perché aveva sposato Fred “Sonic” Smith, era andata a vivere in un sobborgo di Detroit, aveva avuto due figli, Jackson e Jesse... quando era morto a 45 anni nel 1994 l’ aveva lasciata nel disastro economico oltre che personale: per ascoltare il marito non aveva pubblicato più dischi e ad aiutarla era stato il fratello Todd, che poi era morto un mese dopo...

A vedere questa dolce signora dallo sguardo disperato e dalla fragilità a dir poco elegante ci si chiede come abbia potuto sopportare una vita così traboccante di dolori e di tragedia... ».

Immobile su una poltrona e con le orecchie protese verso le due donne anglobisbiglianti durante tutto il corso della conversazione, la stampella assolse alla sua funzione soprattutto nelle ore successive.

(parte II: taken from the evil to come)

Dunque, Nanda e Patti smisero di chiacchierare di defunti e chiusero la conversazione dandosi appuntamento al concerto della sera.

Restavano una bella porzione del pomeriggio e la cena. Per riempire quel tempo e malgrado l’afa, Nanda accettò di buon grado la proposta di andare a visitare un minuscolo teatro, da qualche tempo restaurato da un amico della mia compagna (ricordate? l’organizzatrice dell’incontro: la chiameremo E.).

La vostra stampella e un tassista si guadagnarono la paga accompagnando la signora Pivano nel cuore del centro storico. L’autista-fan la riconobbe e si fece raccontare quale fosse il motivo del suo blitz a Genova (lo incontrammo di nuovo, più tardi, al concerto). Ci lasciò vicino al teatro, dove ci aspettava M..

Con un po’ di fatica, per via del selciato sconnesso, raggiungemmo la piccola platea e Nanda si prese un po’ di riposo, appoggiò il bastone e si sedette. M. si offrì per farci visitare il teatro e le stanze attigue. Ma lei aveva bisogno di rifiatare e io non volevo che restasse da sola: ero stato ingaggiato per assisterla, mica per fare il turista.

“Vai pure”, mi disse. E continuò a ripeterlo anche quando M. ed E. erano già da un’altra parte. Insisteva, e lì per lì non capivo perché. Poi allungò, una mano, mi toccò il ginocchio e mosse appena la testa di lato, un ammiccamento che equivaleva a “meglio che tu vada”.

E allora capii: qualche anno prima, M. ed E. avevano avuto una storia; a vederli insieme si percepiva quella che per me era confidenza, ma che forse per Nanda era complicità. Insomma, chissamai… nel retrobottega…

Nemmeno un moto di gelosia fece recedere la stampella dalla sua professionalità.

Rimasi lì, un po’ imbarazzato.

Nanda aveva lunghe pause. Restava in silenzio, come se fosse molto stanca o se stesse riflettendo. Lo imparai provando ad aprire un accenno di conversazione, le raccontai che da bambino l’insegnante d’inglese mi aveva fatto studiare una poesia tratta da Spoon River, parlava di un discolo morto sotto le ruote di un treno. L’epitaffio fatto scolpire dal padre sulla lapide finiva con (cito a memoria e potrei sbagliare): “taken from the evil to come”. Nella traduzione di Fernanda Pivano era: “strappato al male a venire”. Un sublime manifesto pessimista, le dissi, senza ottener risposta.

Mentre cominciavo a chiedermi perché M. ed E. tardassero, fu Nanda a interrompere il silenzio: “Hai figli?”. “Sì, due”. “Quanto hanno?”. “La grande 11, la piccola 8”. “Mi raccomando, alla grande fa’ prendere subito la pillola”. Cominciavo a irritarmi: la fidanzata intenta in amplessi nei retrobottega, la figlia precocemente attiva, che cavolo. La Pivano adorava mettere in crisi quelle che lei chiamava le “certezze dei borghesi” e tutto sommato me la stavo cavando con poco.

Meglio spostare il discorso sulle attività altrui, pensai, e le chiesi dei suoi amici. Nel frattempo M. ed E. tornarono. Lei si mise a raccontare la sua vita americana. Non ricordo le parole precise, azzardo un virgolettato: “Eravamo liberi, magari si dormiva per terra, ma non pensavamo mai un’ora prima che cosa avremmo fatto un’ora dopo. Loro erano una voce influente, ascoltata. Se fossero vivi, specie Allen Ginsberg, Bush non avrebbe osato fare la guerra all’Iraq”.

La stessa frase la ripeté piangendo, ridendo e ballando qualche ora dopo, durante il concerto di Patti Smith, in cui svolsi l’incarico di lasciarle libera la visuale del palco, cercando di convincere gli spettatori a non alzarsi davanti a noi (e solo pochi le mancarono di rispetto).

Scattò in piedi quando dietro a Patti, sullo sfondo, furono proiettate proprio le immagini di Ginsberg intento in un reading pacifista. “Se ci fosse lui, Bush non avrebbe fatto la guerra!”, ripeteva a me e agli altri vicini, e ancora lo disse a Patti, a fine concerto, quando le offrì una sedia e le carezze del congedo nel backstage.

Infine l’accompagnammo al taxi per il viaggio a Santa Margherita: “Come ti chiami?”, mi chiese salendo in macchina. “Be’, fatti sentire”.

Un po’ rimpiango di non aver mai corrisposto, un po’ penso che sia meglio così e mi tengo stretto questo ricordo.

Due o tre anni dopo raccontai ad E. la scenetta nel teatrino, quando lei e M. erano spariti per qualche minuto. “Ah, ti ha detto così? Però, che gran…signora...la Pivano”.

* Nicola Stella è Capo Redattore del Settore Multimediale del SECOLO XIX, quotidiano genovese. Lo ringraziamo per questo ricordo, insolito, di Fernanda Pivano