Intervista a Guido Harari
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Intervista a Guido HarariAbbiamo incontrato Guido Harari - curatore della mostra dedicata a Fabrizio De André assieme a Vittorio Bo, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia – tra i girali d’acanto dell’Ara Pacis, in occasione dell’inaugurazione della rassegna: fotografo rinomato, critico musicale, appassionato pioniere dell’immagine legata al mondo delle sette note, Harari è uno dei più noti ritrattisti italiani.

Dove nasce l’idea di allestire una mostra su Fabrizio De André?
Il progetto è stato proposto da Palazzo Ducale alla Fondazione De André per un primo, grande omaggio a Fabrizio da parte della città di Genova. L’intenzione di tutti era di evitare la classica mostra documentaria, e di puntare invece sulla creazione di un percorso multimediale, a cui, in Italia, solo Studio Azzurro avrebbe potuto contribuire con la sua esperienza. La vita, l’opera e soprattutto il pensiero di Fabrizio dovevano essere dunque intuitivamente fruibili a tutti, senza scadere nella computazione enciclopedica o, peggio, nella monumentalizzazione del “caro estinto”. La sfida era strappare Fabrizio al passato e consegnarlo al futuro, utilizzando linguaggi di oggi quali il web, il blog, l’interattività.

Il linguaggio tecnologico è l’elemento caratterizzante di un percorso che pone il visitatore al centro della mostra: a cosa si deve questa impronta multimediale?
Si è scelto un linguaggio che i giovani di oggi, e non solo loro, conoscono bene. Ma c’è di più: quello del web e del blog attualmente è forse l’unico strumento per una comunicazione e un’informazione davvero libere, fuori dagli schemi.

Che relazione c’è tra il linguaggio multimediale e la figura di Fabrizio De André, che gode di un’aura quasi intoccabile, storicizzata in un tempo in cui internet era solo agli albori?
Forse oggi De André, pigro com’era nel partorire dischi o salire su un palco, avrebbe seguito le orme del suo amico Beppe Grillo - o quelle di uno dei suoi miti, l’ottantacinquenne Josè Saramago - e terrebbe un suo seguitissimo blog, chissà. Mi piace molto quest’ipotesi di evoluzione del suo linguaggio e di nuovi strumenti di comunicazione che oggi sarebbero a sua disposizione. Resta comunque il fatto che il concept di questa mostra attualizza la figura e il pensiero di Fabrizio. C’è ben poco purismo e invece un respiro nuovo nell’accostare una canzone come Fiume Sand Creek a filmati del Vietnam o della Guerra del Golfo.

Ideali di Libertà, di Uguaglianza, di Amore e fratellanza verso il prossimo: valori sempre attuali o mai attuabili?
All’inaugurazione di Genova abbiamo pensato: “Ora Fabrizio è di tutti”. Lo sono le sue canzoni, soprattutto i suoi ideali, riproposti attraverso la sua viva voce. Ma c’è una riflessione che si impone e che purtroppo non rilevo da nessuna parte. Vent’anni fa, ne La domenica delle salme, Fabrizio lamentava la mancanza d’indignazione da parte di un popolo schiacciato da una maggioranza senza scrupoli, ed il rischio che questo spianasse la strada ad una dittatura e ad un ripudio degli ideali. Oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, questa mancanza si è purtroppo cronicizzata. A Fabrizio, se fosse ancora tra noi, toccherebbe constatare che non è cambiato nulla, anzi: insieme alla morale è evaporato il senso della dignità; regna ovunque quella “pace terrificante” da lui cantata in quella canzone. L’uomo compie progressi prodigiosi nella tecnica, ma nessuno in campo etico. Possiamo dire allora che le idee a volte si ammalano, e possono anche spegnersi.

Le canzoni di De André sono drammaticamente attuali: come fare per mantenerle tali e fare sì che i capi saldi del suo pensiero restino  appigli in grado di sollevare le coscienze più sensibili dal baratro in cui è scivolata la società contemporanea?
Occorre riportare i valori della poetica di De André alla realtà di oggi - come sicuramente avrebbe fatto lui - e non imbalsamarli in una banale operazione nostalgia. Il ricordo di Fabrizio può scadere nell’anacronismo se non si accetta che la realtà è cambiata, che le regole sono saltate, che è la stessa gente ad essere mutata nel tempo.
Quando la comunità sparisce, la morale inevitabilmente si ammala e saltano anche le antiche e più semplici basi della convivenza civile: questa mostra può essere un formidabile trampolino per rilanciare impegno e riflessioni su quanto il mondo intorno a noi è cambiato e su quanto certi valori siano realmente condivisi. Se così non fosse, la poetica di De Andrè si ridurrebbe a puro folclore.

Un trampolino su cui saltare per cercare di spiccare il volo, di essere migliori, dici?
La piazza non esiste più, è stata sostituita da internet, e la cultura del prossimo pare moneta fuori corso, ma le parole chiave da tenere in considerazione sono sempre le stesse, e una di queste è “partecipazione”. Fabrizio ci diceva che la libertà è attività grave, che richiede responsabilità e lavoro, e che quella in cui siamo imprigionati è una falsa libertà. Occorre uscire dall’ombra del silenzio, dall’ergastolo anestetico, dall’assuefazione; bisogna stimolare e accogliere una pluralità di voci, ognuna con la sua piccola rivoluzione individuale che s’interseca con quella di qualcun altro. Mi auguro che questa mostra possa dare un piccolo, ma significativo contributo in tal senso.