Il CD dei Servi Disobbedienti: Racconti marginali
Stampa

Racconti_marginali
E' stato appena pubblicato il CD dei Servi Disobbedienti: Racconti marginali
Il gruppo romano, noto per la riproposizione di canzoni d' autore, finalmente fa il salto di qualità e si presenta con brani propri.
Un buon lavoro, con testi e musiche di qualità e con l' intento dichiarato di cantare fuori dal coro.
Vedi scheda del gruppo
Sito ufficiale





Una camminata senza fine
per  le strade povere
dove  bisogna essere disgraziati e forti
fratelli  dei cani
(Pier Paolo Pasolini)

L’attesa è lunga,
il mio sogno di te non è finito
( Eugenio Montale)

L’ultimo approdo, di Franca Canero Medici

Ascolto l’album di Roberto Petruccio e dei Servi disobbedienti con emozione, senza riuscire a distinguere il testo dalla musica e dalle voci, solitarie o in contrappunto. Qui tutto  si  interseca, tutto ritorna e si chiude in un solo lamento con una scansione circolare, in cui il gemito “di un uccello che non sa volare” del primo testo ritorna quasi identico nel pianto senza lacrime di una rana disidratata dell’ultimo brano, che ha il sapore senza età della lirica di Alcmane. E’ come un ritorno a una grande anima, è il tempo indistinto di un viaggio, al quale anch’io in qualche misura ho preso parte, che ricorda il tempo ciclico della natura. Ascolto, e, mentre si scandiscono le note di un passo di tango, sul quale si sta compiendo una delle tante “piccole morti” silenziose, quasi “un calvario marginale”, continuo a chiedermi come possano convivere la marginalità e l’utopia, perché quel “groppo alla gola” non si possa fermare, “per non dimenticare mai”.  Mi vengono allora in mente le parole di Roberto: “l’utopia non è il non-luogo, ma il luogo-del-non-ancora”, l’utopia non è una realtà immaginaria ma un mondo possibile. Possibile, credo, come la realtà immaginata da quel piccolo indiano che da qualche parte continua a credere che l’altra, invece, la cosiddetta vera realtà, ossia  quella  assurda carneficina di cuori bambini, strappati “sotto una coperta scura”, dove anche la luna  è  “morta piccola”, sia soltanto un sogno, perché è troppo ingiusta per essere reale. E mi sembra di risentire la voce indimenticabile, come di sciamano, di Fabrizio De André: “Tirai una freccia al cielo/ per farlo respirare/ tirai una freccia al vento/ per farlo sanguinare/   La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek” . Adesso so che Roberto Petruccio e i Servi disobbedienti, come molti di noi, non  hanno mai smesso di cercarla quella terza freccia sul fondo del Sand Creek, e so anche che in qualche modo in questo intenso album, carico di storia e di metafora, l’hanno trovata. L’hanno cercata a Roma sotto un “cielo capitale”, l’hanno cercata a Genova durante il G8, “tra tute nere e sogni infranti” e, ancora, nella “vergogna del ‘56”, tra quelle “bare scaglionate” a Marcinelle. ”Una camminata senza fine” la loro – per dirla con le parole di Pier Paolo Pasolini tratte dai Versi del testamento, in Trasumanar e organizzar – “per le strade povere, dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani”. E allora non mi sembra un caso perfino l’improvvisa riproduzione nell’album, che a buon diritto può essere definito un album concept, di  quell’incepparsi della puntina come su di un vecchio giradischi, sul suono di un valzer lento. Forse la freccia si è incagliata tra tanto dolore, ma questo non basta a fermarla, e il racconto continua tra le mille e una notte. Bisogna portarsi ai confini del mondo, mantenersi al margine, ”sul confine”, per dirla con Cristiano De André, per poter “viaggiare di bolina” inseguendo “la notte di San Lorenzo”. Mi sembra di intravedere l’immagine metaforica dell’arciere di cui ci ha parlato Lucrezio nel De Rerum natura: il mondo si estende senza confine, ma per comprenderlo bisogna arrivare fino all’ultimo punto, “fino all’ultimo molo”, da dove si vede la “riva estrema”.  Là l’arciere lancia la sua freccia, per fare respirare il cielo; poco importa se qualcosa  l’arresterà nel suo percorso, perché altri la lanceranno ancora oltre quel punto; perché “in nessun luogo” – scrive Lucrezio – “potrai fissare il confine, e la possibilità della fuga sempre allontanerà la scappatoia”. Solo ai confini del mondo è possibile intravedere “l’Altra Città”, “discontinua e sfuggente, sempre al di là …”. Bisogna allora avere il coraggio di non tradire “l’anima di un fumetto“ di libertà, avere il coraggio di  un viaggiatore di pace, come Enzo Baldoni: “sarà la grandine del destino  … sarà la brezza, sarà follia, forse sarà magia …”. Bisogna avere la forza di continuare a nutrire il “sogno di un prigioniero”, per dirla con le parole di Eugenio Montale in La Bufera e altro: “… La purga dura da sempre, senza un perché. / Dicono che chi abiura e sottoscrive può salvarsi da questo sterminio d’oche/ … - ma io – mi sono fuso/ col volo della tarma che la mia suola/ sfarina sull’impiantito … mi sono alzato, sono ricaduto/ nel fondo  dove il secolo è minuto …  / L’attesa è lunga, /il mio sogno di te non è finito”. Sfarinarsi sull’impiantito come la tarma, come un uccello che muore, come una rana disidratata; l’utopia diventa allora la “smisurata preghiera” di un marginale, una terra  dove poterlo ritrovare, un ultimo approdo per sciogliere ancora le vele, oltre Genova, oltre tutti i porti tra la vita e la morte, per lasciare “una goccia di splendore”, prima che un giro di falco preceda ancora la notte.