GIAMPIERO REVERBERI, L' ARTE DI ARRANGIARE

Aveva appena dodici anni, Giampiero, quando si esibì nel suo primo saggio musicale: un pezzo di Schubert eseguito al pianoforte. Oggi come allora non aveva bisogno di spartiti. Conosceva la musica a memoria. «Quella fu però l’unica volta della mia vita in cui mi inceppai, e non credo di essere stato emozionato. Ebbi solo un momento di panico. Poi improvvisai. Fino a chiudere il giro e tornare a Schubert. Alla fine dell’esecuzione l’applauso fu sentito e sincero. Nessuno si era accorto di nulla. Tranne la mia maestra...»
Guarda verso il mare, Giampiero Reverberi, mentre racconta i suoi esordi musicali. Esordi incoraggianti e incoraggiati dalla famiglia. «Mio padre acquistò dal ristorante San Pietro alla Foce, ubicato dove oggi c’è il distributore della Q8, un Bechstein per la cifra allora pazzesca di 500.000 lire.»
La strada verso il conservatorio di via Pisa è segnata e prelude a una carriera eccezionale, culminata nel successo mondiale dei Rondò Veneziano. «Ma c’è anche l’inno del Genoa...» sogghigna Giampiero. Che ha lasciato il suo segno musicale arrangiando molti successi dei cantautori genovesi, a cominciare da Fabrizio De André: basti ascoltare Tutti morimmo a stento o La buona novella. «Ma ho fatto anche i primi di Luigi, di Gino, di Bruno...
Erano i primi tempi “milanesi” di mio fratello e dei nostri amici, futuri cantautori. Gianfranco aveva bisogno di voci per le canzoni che lui componeva. Sfortuna volle che si scegliesse sempre dei cantanti - fra cui anche Celentano - che poi si mettevano a scrivere per conto loro...» A Giampiero per contro, il lavoro “dietro le quinte” andava benissimo. «Facevo prima» commenta. «C’era già tutto pronto, le musiche, tutto. Salivo a Milano per fare le basi, poi in sala di registrazione con i cantanti andava mio fratello, che era il direttore artistico».
Giampiero serba divertiti ricordi dei primi tempi milanesi del gruppo della Foce. «Stavano - io c’ero poco - tutti in una pensione nella Galleria del Corso, vicino agli uffici della casa discografica. La vita, lì dentro, cominciava alle tre del mattino. C’era un viavai di ragazze che non finiva più. Tanto che secondo me l’entraineuse che ispirò Luigi per Mi sono innamorato di te non era dell’Orchidea, ma di un locale della stessa galleria...»
Per anni Reverberi e Tenco si persero di vista: «Ci ritrovammo per Ciao amore ciao. Luigi era entrato in una nuova fase: quella della canzone popolare. Aveva sempre nuove idee, che riusciva peraltro a mettere in pratica benissimo. Agli inizi pensava al jazz, poi venne la canzone, quindi la canzone di protesta... Per raccontarne una: ricordo che una volta, per scherzo, ce ne uscimmo con la classica frase “A Luigi non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere.” Si offese a morte, non ci parlò per giorni per avergli dato del “contadino”. Poi lesse Pavese, e a quel punto si riconciliò col mondo della campagna... Tornando a Ciao amore ciao: insisteva affinché “rallentassi” leggermente il brano, in modo da renderlo più solenne, e più calda la voce. Perché? Aveva ascoltato un disco, di Tina Turner mi sembra, realizzato con quella tecnica. Solo che in America avevano altri mezzi. In studio ci riuscì ancora ancora di combinare qualcosa, il problema fu l’esecuzione in diretta a Sanremo, complicata peraltro da altri fattori: Luigi non stava bene.»
Della collaborazione con Fabrizio De André, Giampiero ricorda in particolare un “fuori programma”: «Il lavoro che facemmo per “Gulliver”, un serial musicale che trasmettevano sul finire degli anni Sessanta alla “TV dei ragazzi”. Si faceva tutto in un quarto d’ora, gli attori erano bravissimi.»