domenica, giugno 25, 2017
CreuZaDeMa

Intervista a Paolo Bonfanti

Paolo BonfantiCiao Paolo, de lungu in giu?
Ho scelto questo mestiere e…ora mi tocca!!

Sei da molti, me compreso, considerato uno dei più bravi chitarristi blues italiani.
In “Canzoni di schiena”, il tuo ultimo lavoro, blues ce n’è poco. E’ un’ evoluzione, uno sviluppo del tuo far musica?
C’è stata una sorta di discussione/polemica rispetto a questo tra me ed alcuni organizzatori/direttori artistici. In realtà fin dai tempi dei Big Fat Mama (1985-1990) il Blues è sempre stato solo uno dei tanti aspetti della mia musica. In realtà questo disco non è dissimile dai miei precedenti. L’unica sostanziale differenza è che è cantato NON in inglese!

In Bob sull’ Appennino c’è un chiaro richiamo a “To be alone with you” di Bob Dylan. Ma come t’è venuto in mente di portare Dylan alle Capanne di Marcarolo?
La leggenda “di campagna” vuole che Dylan abbia amici a Pian dei Grilli (tra Busalla e Voltaggio). Ho preso un mio vecchio brano in inglese (Staying Awake with L , su “Cardinal Points” il mio secondo cd) e l’ho velocizzato e tradotto quasi letteralmente in italiano, immaginando che Dylan avesse un’ amante…a Pian dei Grilli!!

Ti conosco da tanti anni, credo di averti ascoltato dal vivo la prima volta agli inizi degli anni ’90.
E da sempre, pur rimanendo ben ancorato alla musica americana, hai spaziato dal blues al bluegrass, dal rock alle ballate tradizionali.
Quali sono le tue radici (roots o reixe) musicali?
Questo si ricollega decisamente a quanto dicevo prima. Io ho sempre spaziato tra molti generi, tenendo il Blues in qualche modo come “bussola”. Però ho iniziato studiando pianoforte classico e per molto tempo ho ascoltato jazz (anche e soprattutto quello sperimentale, “tosto” all’ascolto); poi mi sono avvicinato ai grandi cantautori italiani (Guccini, De Gregori) e poi, dopo aver avuto la “rivelazione” ascoltando Dylan per la prima volta, mi sono appassionato alla musica degli USA in generale.

Recentemente hai collaborato al CD degli Yo Yo Mundi “Album rosso”. In “Canzoni di schiena” riproponi “Cosa danno” degli Stormi Six. Entrambi i gruppi sono schierati e caratterizzati politicamente.
E’ una scelta solo musicale o c’è altro?
Non avrei mai collaborato (e non collaborerò mai, almeno fin che mi funziona il cervello…) alla stesura di un inno di forza italia o della lega nord (…volutamente scritti in minuscolo…), questo è poco ma sicuro!

Nel miniCD del 2004 “Io non sono io” fa la sua prima apparizione il dialetto genovese.
A mio parere il genovese si presta molto bene, più dell’ italiano, al blues e al rock. E mi sono reso conto che, soprattutto per chi non lo conosce, suona naturale e per niente forzato.
Che ne pensi?
Il dialetto genovese (come tanti dialetti italiani, quasi tutti direi) ha il vantaggio di avere molte parole tronche, esattamente come in inglese; ecco perchè funziona bene col Blues e col Rock.

Nello stesso CD c’è un curioso omaggio a Natalino Otto, interpreti infatti una sua canzone “Baixinn-a”. Natalino Otto sembra aver poco a che fare con la tua musica.
Come mai questo ricordo?
Natalino Otto ha a che fare con la mia musica per due motivi: uno strettamente musicale visto che Otto è stato uno dei primi cantanti jazz (o “crooners” se preferisci) italiani ( e sua moglie Flo Sandons non era da meno!), l’altro perchè era un grande amico e collega di mio nonno, Leonello Argeri, uno dei primi batteristi jazz in Italia (suonava nell’orchestra del transatlantico “Conte di Savoia” negli anni ’30); oltretutto erano originari della stessa zona, i paesi lungo il Po a ovest di Rovigo.

Paolo Bonfanti e Beppe Gambetta, ma anche Alessio Menconi e Andrea Maddalone. Tutti eccellenti chitarristi e tutti genovesi. C’è un perchè?
…sarà l’aria di mare!!…

Cosa bolle in pentola? Programmi?
Sto lavorando ad un manuale di chitarra “slide” che dovrebbe uscire entro la fine dell’anno e al mio nuovo cd, questa volta di nuovo con testi in inglese.