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06 Ottobre 2010
I vigili smistavano i mezzi di soccorso,consigliavano itinerari alternativi, correvano ad aiutare i passanti malfermi sulle gambe. Gridavano ordini e consigli ai colleghi, sempre in genovese,come se, nella disgrazia, si affidassero alle loro più profonde radici. Si udivano voci gracchianti, deformate, che andavano e venivano, adoperando uno strano gergo:«Cicu, cicu, riesci a copiarmi?». Erano i clandestini della Citizen Band, i pionieri dei vietatissimi radiotelefoni, perennemente inseguiti e multati dalla polizia postale. L’alluvione li aveva fatti uscire in strada allo scoperto e legittimava la loro opera.Usavano, per riconoscersi, i nomi della clandestinità: Lima, Alfa, India, Mare. Con le loro autoradio aiutavano i vigili rimasti senza centrale di comunicazione e tenevano i collegamenti con la periferia e con i paesi isolati, per mandare soccorsi e anche per verificare le notizie incontrollate giunte di bocca in bocca: «No, non è vero che è crollato il Biscione di Quezzi, è venuta giù la facciata del Biscioncino, quello più in basso. E’ meno grave, anche se ci sono tanti senza tetto, saranno trecento persone…».
I ponti radio erano preziosi soprattutto perché permettevano di stabilire quali fossero i percorsi stradali possibili, in un territorio reso accidentato dalle frane, dal crollo di ponticelli insignificanti ma insostituibili. Di ora in ora si comprendeva che sarebbero stati decisivi anche i voli degli elicotteri, troppo pochi di fronte alle richieste di aiuto che giungevano un po’ da tutte le parti. La massa d’urto scaraventata dal nubifragio nei ristretti invasi delle decine di torrenti genovesi aveva creato un’infinità di punti di crisi. Far arrivare un ammalato urgente a un spedale era un’impresa disperata. E bisognava poi far sì che l’ospedale stesso fosse in buona salute, fruisse dell’energia elettrica e possedesse i medicinali necessari.
Il Comune aveva messo in campo tutti i suoi novecento vigili. Non bastavano, ma il numero dei volontari, quasi tutti ragazzi e ragazze, aumentava di ora in ora. Sarebbero stati, a ranghi completi, diverse migliaia, si diceva addirittura diecimila, compresi studenti arrivati da fuori Genova. Anche da Firenze, braccia giovani già rese esperte dall’alluvione dell’Arno, quattro anni prima.
Era necessario sfamare chi veniva da fuori, fornire gli attrezzi da lavoro, trasportare le squadre nei punti che richiedevano l’opera di soccorso. Entrarono in azione, per i trasferimenti dei giovani, prima camioncini rimediati, poi i bus dell’Amt. La prefettura, la questura, i comandi militari cercavano di agevolare, ma anche di coordinare, tutte le iniziative.
Il presidente della Repubblica, Saragat, inviò un telegramma di cordoglio per le vittime. Arrivò in aereo il presidente del Consiglio, Emilio Colombo. Si fermò sei ore in tutto, giusto il tempo di andare fino a Voltri e poi percorrere la val Bisagno con l’auto blu inzaccherata fino al tetto. Concluse la visita con una riunione in Prefettura e promise aiuti immediati, per decreto. I fondi furono effettivamente stanziati una settimana dopo: mezzo milione di lire a ogni nucleo familiare e a ogni commerciante colpiti dall’alluvione, una quindicina di miliardi per le opere pubbliche, sospensione delle imposte, crediti alle aziende private, cassa integrazione all’ottanta per cento. Poi si sarebbe mosso in parallelo il potentissimo IRI, allora quasi egemone sull’industria genovese.
Anche i più grandi stabilimenti erano in ginocchio, l’Italsider aveva temuto un immenso disastro, poi gli operai, lavorando freneticamente, erano riusciti ai solare dall’acqua tutti gli impianti che potevano andare in corto circuito e provocare esplosioni a catena.
Fin dalle prime ore dopo l’alluvione il centro operativo del Comune era stato installato nella palestra del liceo Doria, se ne occupava un assessore comunale, Ivo Lapi. Pale, carriole, ruspe,gruppi elettrogeni arrivavano dalle città più vicine. Un altro assessore, Cangelosi, titolare dell’Economato, aveva mandato un camion in Lombardia, ad acquistare pale e stivali. Ritornò dopo mezza giornata, con un ottimo carico. Il sindaco Augusto Pedullà si appellava ai cittadini: «State a casa il più possibile, lasciate libere le strade».
Nacque, giorno dopo giorno, la nobile immagine dei “ragazzi del fango”. Studenti poco abituati alla fatica fisica, spesso con le mani piagate dagli strumenti di lavoro, ma decisi a far fronte alle necessità. Stremati dalla fatica, dormivano nel primo angolo asciutto a portata di mano. Commuovevano fino alle lagrime le madri, inorgoglivano i padri, ricordavano ai nonni le fatiche e i rischi della guerra in grigioverde. «Quanta retorica» rispondevano, beffardi, i ragazzi del fango, che fino al giorno prima avevano speso le loro forze e la loro inventiva nella contestazione giovanile.





