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06 Ottobre 2010
Tra i torrenti sotto accusa c’era anche il Veilino, che attraversava il cimitero di Staglieno e sfociava con una bocca strozzata dagli edifici. Aveva fatto un bel po’ di danni tra i sepolcri e si era anche portato via la salma di Flavia Steno, la scrittrice considerata un’icona del Decimonono anteguerra. La gente aveva visto galleggiare, nel Bisagno che piombava sulla città, anche alcune casse da morto. Sperava che fossero vuote.Altri torrentelli senza nome avevano rinforzato la grande onda, anzi, le onde, perché, a detta dei testimoni, sulla superficie del torrente si vedevano le creste d’acqua tipiche di una mareggiata. Le passerelle pedonali cadevano una dopo l’altra per effetto domino, i loro resti trascinati dalla corrente colpivano e abbattevano i piloni ancora in piedi.
Poi, in fondo alla corsa all’aperto, c’era stato il grande urto contro il ponte ferroviario, trasformatosi misteriosamente in un muro impenetrabile. L’enormeriflusso aveva colto il ponte di Sant’Agata dal lato meno difeso, e per metà delle arcate era stata la fine. Immediatamente la massa d’acqua bloccata aveva imboccato i sottovia ferroviari, invadendo il tratto pianeggiante della città compreso tra Tommaseo e l’ultimo tratto di via XX Settembre. Come se il canale sotterraneo fosse improvvisamente sparito. C’era la mareggiata, è vero, ma i flutti non potevano rappresentare un ostacolo più forte della corrente.
Mi ricordarono che a Genova esisteva un servizio idrologico dipendente dal ministero dei Lavori pubblici. Lo dirigeva un giovane ingegnere, arrivato da pochi mesi. «Mi chiamo Lino Cati – mi disse ricevendomi - ma si ricorda meglio Cati Lino, per assonanza. Certo, sul bacino del Bisagno c’è stata una notevolissima quantità di pioggia, ma non quanto quella caduta sul Polcevera. Il pluviometro di Bolzaneto ha segnato 948 millimetri di massima in ventiquattr’ore, una cifra da record europeo, sicuramente la più alta in Italia. Quando ho comunicato le mie misurazioni, mi ha telefonato il mio capo, da Parma, per dirmi che lui, per principio, era contrario a quelle cifre così alte, non gli sembravano serie. Ma io sapevo il fatto mio e ho tenuto duro».
«Non mi dica, scommetto invece che ha obbedito e ha tolto qualche decina di millimetri dal rapporto, forse la misura reale era un metro tondo tondo».
«Non faccia illazioni, altre domande?».
«Certo, mi spieghi perché sul Polcevera non è successo alcun disastro, a parte gli allagamenti portati soprattutto dagli affluenti». «Perché il letto è più grande e gli argini sono stati più curati grazie ai lavori del consorzio obbligatorio tra tutti i proprietari che confinano con il fiume. Sul Bisagno il discorso è ben diverso, il torrente per lungo tempo non è stato neppure classificato, il consorzio non c’è e si procede a manica larga quando qualcuno chiede concessioni nel greto. Guardi un po’ il terrapieno davanti allo stadio di Marassi e poi mi sappia dire».
Del consorzio del Polcevera mi aveva parlato a lungo, in redazione, il collega Massimo Zamorani, che ne stava scrivendo. La civilissima idea di unire le forze dei frontisti del fiume risaliva addirittura al 1858, quando erano nati i primi insediamenti industriali. I lavori non avevano però sistematicità e organicità. Così, nel 1945, il Polcevera aveva fatto un mezzo disastro, ripetuto nel 1952. Un benemerito personaggio, Giuseppe Gennaro, si era dedicato per una dozzina di anni a creare il consorzio e alla fine erano stati fatti i lavori, argini e briglie, grazie anche alla potenza economica dell’Italsider. Questa volta il Polcevera era uscito in un tratto ostruito da un terrapieno industriale, tra la passerella del Campasso e il ponte di Campi, ma il resto aveva retto bene, anche se era stato necessario interrompere per un po’ il transito sul ponte di Cornigliano, lasciando Genova divisa in due. Comunque, nulla a che vedere con il disastro del centro cittadino.
Andai dal geometra Garibaldo del Genio Civile: «Quanti sono i concessionari nel greto del Bisagno?». Mi guardò sbalordito: «Se ha tempo vado a contarle le pratiche, ma ci vorrà un bel po’». «Lasci perdere – disse a Garibaldo l’ingegner Cervetto dello stesso ufficio – sono certamente qualche centinaio. Comprese però anche le concessioni al Comune, per ponti e passerelle. Tutti i manufatti che poggiano sul terreno del demanio pagano un canone, e il greto del Bisagno è un bene demaniale». «Quanto pagava il vecchio ponte di Sant’Agata, quello crollato?». «Beh, i ponti pagano sulle dodicimila lire all’anno». «Un bel risparmio, per il Comune…».
«Lasci perdere le ironie, anche la copertura del Bisagno paga un canone allo Stato, quasi mezzo milione di lire». «A proposito di copertura, perché non ha ricevuto tutta la piena o, almeno, gran parte di essa?». «Una mezza idea ce l’ho, ma è meglio che se lo faccia spiegare da un professore di idraulica. Un’ultima cosa, non dia al Genio Civile la colpa per lo stato del torrente, noi non potevamo fare lavori perché il Bisagno fino a poco tempo fa non era neppure classificato, non apparteneva ad alcuna categoria. Siamo intervenuti sul tratto superiore, che rientra nei piani di bonifica montana. Sopra Staglieno abbiamo costruito delle briglie, che rallentano la corsa dell’acqua e trattengono i detriti». «Ma possibile che il Bisagno fosse figlio di nessuno?» «Non si meravigli troppo, anche l’Arno in certi tratti non è classificato. E ha fatto quel che ha fatto».
Cercare notizie sulla copertura del Bisagno era una vera impresa. Gli uffici del Comune dovevano saperla lunga sullo stato del grande manufatto, ma facevano il muro di gomma di fronte alle mie domande. Lo facemmo notare sul giornale. Rispose con una lunga lettera il sindaco, Augusto Pedullà, elogiando il riserbo tenuto dai suoi funzionari in ottemperanza a quanto prescritto dai regolamenti; anche, addirittura, in materia di notizie non coperte da segreto. Norme - precisò – che erano state spesso richiamate dal segretario generale con specifici ordini di servizio.
Il puntiglioso riferimento alle regole non ci meravigliò: dato il carattere della persona, trattare con il sindaco Pedullà significava dover affrontare un interlocutore che non si faceva problemi a rispondere a muso duro, quando gli sembrava il caso.





