caruggiu.jpgE la', oltre i palazzi dei vecchi magazzini e le cataste di container alte come colline, c'è il mare. "Il mare", diceva Fabrizio De André nel libro "La cattiva strada", un'intervista che sembra quasi una canzone, con quelle parole ripetute come in un ritornello, con quel ritmo istintivo, "che è un'occasione di continuo divertimento, perché è in continuo movimento, ti da suono, ti da odore, è vivo. Ci passano le barche, che sono sempre un avvenimento, perché una barca vista in mare è sempre un avvenimento, così come il frangersi delle onde...una volta arrivato al mare ti siedi lì e lo contempli e ti passano tutte le voglie strane".
Genova è una città costruita in maniera molto asimmetrica, città non programmata e continuata nel tempo allo stesso modo, ma costruita di volta in volta a seconda di quale era la tecnica o certe volte le possibilità urbanistiche... Sai che è fatta di scale, una città in salita, e allora è piacevole passeggiare perché scopri continuamente delle cose diverse. I vicoli sono stretti e poi molto spesso ci sono dei dossi oppure delle curve improvvise... a ogni dosso che superi, a ogni curva attraverso la quale tu giri, scopri realtà e situazioni diverse" (La cattiva strada). E’ anche questo uno dei segreti delle canzoni di De André, del suo animo così simile a quello della città, come la fessura dei suoi occhi ricordava la luce sottile che passa a stento tra i palazzi vicini dei vicoli. Sì, c'è qualcosa nella conformazione di Genova che suscita curiosità, inquietudine, la stessa delle parole di De André e di poeti del Novecento come Montale o Caproni, che a lungo hanno vissuto qui. Forse proprio l'irregolarità delle strade, i continui saliscendi e quelle improvvise aperture della prospettiva da dove si può vedere tutta la città, i luoghi dove sei appena passato e dove arriverai.
Dal molo basta seguire i portici di Sottoripa , davanti a quei negozi che come gioielli espongono gli anelli luccicanti dei moschettoni, i cavi di acciaio per gli alberi delle barche. Poi via Gramsci un po' mercato, un po' souk, dove camminano donne africane avvolte nei loro vestiti colorati. Certo, bisognerebbe dire di Palazzo San Giorgio , della Commenda di Pré , di Palazzo Spinola , ma quelli li trovate sulle guide. Difficilmente vi diranno di quei bar che si affacciano sulle strade: una porla minuscola e stanze lunghe che finiscono nel buio dei soffitti a volta che hanno mille anni e nessuno ci fa caso, con quel senso del tempo un po' umido e marcio che il mare lascia con il sale sulle corde, le facciate delle case e le persone. Qui troverete "quattro pensionati mezzo avvelenati/al tavolino/a stracannare, a stramaledir/le donne, il tempo ed il governo" (La città vecchia). "Dove sono andati i tempi di una volta", questa non è più Genova, vi diranno, e magari non si accorgeranno che il centro storico ha mille anni e poi ne avrà altri mille, e la sua vita coincide solo per un breve tratto con la nostra.sciamadda.jpg
Sotto la torre di Porta dei Vacca alla fine troverete via del Campo , diversa in ogni ora del giorno: al mattino l'odore del mare si confonde con duelli dei cibi, delle spezie africane, mentre la gente dei vicoli s'incrocia con gli universitari. Ma è sufficiente superare una delle porte che le prostitute lasciano socchiuse per cambiare inondo, entrare in grovigli di corridoi e scale, piccole stanze con la luce sempre accesa, o nei cortili dei palazzi dei nobili, che nascondevano la ricchezza dietro facciate disadorne.
Alla sera via del Campo è un'altra strada: come una marea che inverte il suo corso, la gente si allontana e c'è un silenzio che puoi sentire il rumore dei tuoi passi. È questa la via di De André, quella dei vicoli così stretti che quasi non ci passi, che sembrano disegnati apposta per farti perdere l'orientamento e ti riportano dove sei partito. Ma per scoprire il centro storico ci si deve muovere così, seguendo il moto leggero suggerito dalla pendenza, dalle curve brusche che alla fine ti conducono sempre al mare. "Nei quartieri dove il sole del buon Dio/non dà i suoi raggi" (La città vecchia) provate a raggiungere vico della Pece , che è già buio nel nome; non lo troverete certo sulle carte, potete soltanto arrivarci per caso, vicino alla Torre degli Embriaci , alla splendida chiesa di Santa Maria di Castello .
E le nuvole? Qui non si vedono, al massimo ne troverete l' ombra che passa veloce sui muri dei palazzi. Chissà da dove le ha viste Fabrizio, impossibile dirlo, ma dev'essere stato più in alto, forse dalla spianata di Castelletto . E lui magari era salito veloce per incontrarle, su per le scalinate di mattoni che si arrampicano ripide da via Garibaldi e da piazza della Meridiana, sù fino al belvedere da dove si vede Genova così lunga e sottile. O forse ancora più in alto, verso i forti, lo Sperone, il Fratello Minore e il Diamante , seguendo quella muraglia genovese ormai coperta di rovi, lunga più di venti chilometri, che non ha uguali in Europa. Lassù, a mille metri di altitudine ma a pochi passi dal mare, le nuvole vi passano accanto e "vanno/vengono/ogni tanto si fermano/e quando si fermano;''sono nere come il corvo" (Le nuvole).