lunedì, dicembre 9, 2019
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Riccardo Mannerini e Giuglio Crisalli

Riccardo Mannerini

IRISH MANNERINI IL POETA CIECO DELL’ ANARCHIA

Riccardo ManneriniEra un poeta vero ma non lo sapeva. Il sospetto non lo sfiorò nemmeno quando l’amico Fabrizio De André volle i suoi versi per musicarli. «Prendi pure» gli disse Riccardo Mannerini mettendogli in mano un malloppo di poesie prive di firma. De André lesse, ne apprezzò molte: nacquero così i testi di Senza orario senza bandiera, album di esordio e di successo dei New Trolls; allo stesso modo fu concepito il cantico dei drogati, pezzo di punta di tutti morimmo a stento (1968).
Un’amicizia viscerale, quella tra Faber e Riccardo, che tuttavia si ruppe inspiegabilmente nella primavera 1969. Non si rividero mai più, e a vuoto andò un tentativo di riconciliazione del cantautore. «Mio marito non conosceva compromessi» commenta Rita Serando, colei che con amorevole caparbietà ha contribuito – a più di vent’anni dalla scomparsa di Mannerini – alla riscoperta delle poesie del marito («Non tutte. Sarebbe impossibile. Lui non si firmava mai, chissà quante ce ne sono in giro»). Le poesie sono state raccolte nel volume Un poeta cieco di rabbia. Il titolo del libro non è casuale né solo metaforico: nel 1961, appena dodici giorni dopo le nozze, il destino sputò in faccia al frigorista Mannerini, imbarcato su una bananiera dei Costa, i vapori ustionanti di una caldaia. Perse quasi del tutto la vista.
A casa, in via Cecchi 2 interno 21, Mannerini seguitò a scrivere poesie su grandi fogli e a coltivare il feroce pallino dell’anarchia, che professava in ore e ore di discussioni ai tavolini del bar Igea, frequentato, fra gli altri, da Tenco «Erano grandi amici, Luigi e Riccardo – incalza Rita – Mio marito aveva un forte ascendente su di lui» Non riuscì però, Mannerini, a dissuadere Tenco dal cantare a Sanremo.
Orfano di Tenco e perduto De André, Mannerini comprende infine l’importanza dei suoi versi. Ne invia a Mina, ad altri cantautori, ma trova ovunque porte chiuse. «Senza di me non ce la potrai fare» gli aveva predetto Fabrizio, che conosceva quel mondo. Così Mannerini cade lentamente nel dimenticatoio; compone versi sempre più amari, asciutti, maturi, compagni di una depressione oscura come il buio che lentamente lo avvince e infine lo vince: è un mattino del 1980 e nel suo studio di casa la fa finita. Troppi lo dimenticheranno. Fino al 2001, quando i suoi scritti vengono letti al Teatro della Corte. Fra il pubblico ci sono Luigi Viva, biografo di Faber, e Mauro Macario, che propone le poesie a Liberodiscrivere. Non è difficile convincere l’editore Antonello Cassan che quei versi aspri, schietti, impegnati, impregnati dell’americanismo dissidente della penultima generazione – una spruzzata di Lee Masters, spifferi di Bob Dylan, soffi di Beat Generation, echi pavesiani ma non solo: c’è Mannerini, soprattutto – sono poesia autentica, degna espressione di quel Novecento che – da Montale allo stesso De André – rende Genova vera capitale della cultura mondiale.
Ad aprire il volume è Signore, guardami, io sono irish la poesia – potenza della musica – più conosciuta di Riccardo per essere stata il pezzo forte in “Senza orario senza bandiera”, riproposto altresì da Vittorio De Scalzi al Carlo Felice nel concerto del marzo 2000 dedicato a “Faber, amico fragile”. «Irish era Riccardo» confessa Rita Serando «Lui amava farsi chiamare così.» E la bicicletta? «Lo spiegò un giorno a nostro figlio Ugo: la bicicletta è la fede.». «Una fede filosofica» interviene Ugo «Mio padre era ateo.»
Esiste un’altra versione – mai pubblicata – di quella poesia. Termina così: «Signore, io sono Irish. Quello che non verrà mai più.»


Giulio Crisalli

AMICI DI PENNA
C’era, fra gli habituè del bar Igea, Giuliano Crisalli, il giornalista del “Secolo XIX” noto per la sua “radiocronaca”, dalla redazione di piazza De Ferrari, dello spareggio Genoa-Venezia (sic…) decisivo per la salvezza del Genoa nel 1968. C’era quasi per forza, Crisalli, che abitava lì di fronte, nel palazzo del cinema Aurora. Anche per questioni anagrafiche, ma certo non solo, il suo più caro amico era Riccardo Mannerini: «Una persona intelligentissima, piena di sensibilità. Tenco gli sottopose i suoi primi versi da musicare, e su essi lavorarono. Mi invitava a fare a gara di poesie con lui, ma non c’era partita.»
Crisalli non riesce a darsi pace per la morte di Riccardo: «Lo ricoverarono al San Martino per una grave crisi depressiva. Quando tornò a casa mi disse che si sarebbe ucciso. Voleva a tutti i costi vedermi. Non compresi che faceva sul serio.»
Fra i ragazzi che frequentavano il bar c’era Nino Grottin. «Fu lui a presentarmi Luigi Tenco e Ruggero Coppola. In seguito lo feci assumere al “Secolo”.»
Poi comparve Bindi…
«Il più bravo di tutti. Suonava stupendamente il pianoforte. Lo seguimmo nelle sue prime esibizioni in pubblico al Lido, non ricordo se in occasione di una sfilata o di miss Lido. Era la prima volta che “uno di noi” suonava in un posto importante. Eravamo increduli. Poi, piano piano, ci abituammo ai vari successi, scanditi dalle automobili. L’ultima volta che vidi Tenco arrivò con la Jaguar. Mi fece ascoltare Ciao amore ciao  chiedendomi un parere. Era sicuro di vincere, io storsi il naso.»
Il bar Igea però non era propriamente un caffé letterario…
«Tutt’altro. C’era un certo Pietrin, un contrabbandiere di “bionde”, anche lui sempre su macchine bellissime. Era un provetto motoscafista e riusciva a non farsi mai beccare dalla finanza. “Lavorava” di notte, e non si faceva vedere prima di mezzogiorno. Una volta non lo vedemmo arrivare, ci preoccupammo e andammo a casa sua. Ci aprì la madre che ci liquidò così: “Mio figlio, o scio Pietrin, o dorme”.
Di un altro contrabbandiere mi sfugge il nome. Sparì dalla circolazione. Se ne raccontarono tante, ma a mio avviso fu ucciso.» Per un giornalista come Crisalli il bar era anche una preziosa fonte di notizie e informazioni. «E in qualche caso decisivo per togliermi dai guai: quando fecero un raduno di gay al Covo di Nord-Est, scrissi il mio sconcerto. Ne conseguì la chiusura del locale per 15 giorni. Il proprietario era imbufalito. Disse che voleva uccidermi, sembrava fare sul serio. Mi venne in aiuto Pietrin, che mise insieme una squadra di “suoi”, un gruppo di picchiatori. Mi scortarono loro, al Nord-Est, dove siglammo la pace: “perché non fai venire Tenco al posto dei gay?” suggerii al titolare mentre ci stringevamo la mano. E così Luigi suonò al Covo di Nord-Est.»