martedì, maggio 21, 2019
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Riccardo Mannerini

17 ottobre 2010 Quattro amici e un bar

IRISH MANNERINI IL POETA CIECO DELL’ ANARCHIA

Riccardo ManneriniEra un poeta vero ma non lo sapeva. Il sospetto non lo sfiorò nemmeno quando l’amico Fabrizio De André volle i suoi versi per musicarli. «Prendi pure» gli disse Riccardo Mannerini mettendogli in mano un malloppo di poesie prive di firma. De André lesse, ne apprezzò molte: nacquero così i testi di Senza orario senza bandiera, album di esordio e di successo dei New Trolls; allo stesso modo fu concepito il cantico dei drogati, pezzo di punta di tutti morimmo a stento (1968).
Un’amicizia viscerale, quella tra Faber e Riccardo, che tuttavia si ruppe inspiegabilmente nella primavera 1969. Non si rividero mai più, e a vuoto andò un tentativo di riconciliazione del cantautore. «Mio marito non conosceva compromessi» commenta Rita Serando, colei che con amorevole caparbietà ha contribuito – a più di vent’anni dalla scomparsa di Mannerini – alla riscoperta delle poesie del marito («Non tutte. Sarebbe impossibile. Lui non si firmava mai, chissà quante ce ne sono in giro»). Le poesie sono state raccolte nel volume Un poeta cieco di rabbia. Il titolo del libro non è casuale né solo metaforico: nel 1961, appena dodici giorni dopo le nozze, il destino sputò in faccia al frigorista Mannerini, imbarcato su una bananiera dei Costa, i vapori ustionanti di una caldaia. Perse quasi del tutto la vista.
A casa, in via Cecchi 2 interno 21, Mannerini seguitò a scrivere poesie su grandi fogli e a coltivare il feroce pallino dell’anarchia, che professava in ore e ore di discussioni ai tavolini del bar Igea, frequentato, fra gli altri, da Tenco «Erano grandi amici, Luigi e Riccardo – incalza Rita – Mio marito aveva un forte ascendente su di lui» Non riuscì però, Mannerini, a dissuadere Tenco dal cantare a Sanremo.
Orfano di Tenco e perduto De André, Mannerini comprende infine l’importanza dei suoi versi. Ne invia a Mina, ad altri cantautori, ma trova ovunque porte chiuse. «Senza di me non ce la potrai fare» gli aveva predetto Fabrizio, che conosceva quel mondo. Così Mannerini cade lentamente nel dimenticatoio; compone versi sempre più amari, asciutti, maturi, compagni di una depressione oscura come il buio che lentamente lo avvince e infine lo vince: è un mattino del 1980 e nel suo studio di casa la fa finita. Troppi lo dimenticheranno. Fino al 2001, quando i suoi scritti vengono letti al Teatro della Corte. Fra il pubblico ci sono Luigi Viva, biografo di Faber, e Mauro Macario, che propone le poesie a Liberodiscrivere. Non è difficile convincere l’editore Antonello Cassan che quei versi aspri, schietti, impegnati, impregnati dell’americanismo dissidente della penultima generazione – una spruzzata di Lee Masters, spifferi di Bob Dylan, soffi di Beat Generation, echi pavesiani ma non solo: c’è Mannerini, soprattutto – sono poesia autentica, degna espressione di quel Novecento che – da Montale allo stesso De André – rende Genova vera capitale della cultura mondiale.
Ad aprire il volume è Signore, guardami, io sono irish la poesia – potenza della musica – più conosciuta di Riccardo per essere stata il pezzo forte in “Senza orario senza bandiera”, riproposto altresì da Vittorio De Scalzi al Carlo Felice nel concerto del marzo 2000 dedicato a “Faber, amico fragile”. «Irish era Riccardo» confessa Rita Serando «Lui amava farsi chiamare così.» E la bicicletta? «Lo spiegò un giorno a nostro figlio Ugo: la bicicletta è la fede.». «Una fede filosofica» interviene Ugo «Mio padre era ateo.»
Esiste un’altra versione – mai pubblicata – di quella poesia. Termina così: «Signore, io sono Irish. Quello che non verrà mai più.»

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