domenica, giugno 25, 2017
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Una storia come un’altra, a Genova, in Italia

Una storia come un' altraFabiana ha quattordici mesi, gli occhi grigi e una casa senza vetri alle finestre. Vive all’ultimo piano di un appartamento dismesso nei vicoli e – laddove “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi” – trema di freddo all’ombra inquieta di una candela che funge da luce di emergenza.
Nessun topolino sorridente alla parete, la corrente elettrica è staccata da un pezzo: morosità.
Sua madre, Irina, è disoccupata e romena, consueto binomio per ragazze immigrate che non accondiscendono a scorciare le vesti o scendere i gradini fino ai bassi nei caruggi.
Suo padre, precario, guida un camion per quattordici ore al giorno sei giorni alla settimana. In nero: se si ammala non viene pagato, così come ad agosto o nelle feste comandate.

Fabiana ha una sorella; si chiama Maria ed ha sette anni incastrati in un corpicino da quattro.
Maria frequenta la seconda elementare, e come tutti i bambini ha un nomignolo attaccato alla cartella: i suoi compagni di classe la chiamano zingara. Le dicono che puzza, perché i suoi vestiti non sono griffati, e anzi certe volte i maglioncini che indossa hanno più pelucchi che orsacchiotti; d’altra parte sono abiti che le regala la comunità di San Benedetto, e sono usati.
Nell’appartamento dove Maria vive con la sorellina e i genitori non c’è acqua corrente, e l’autoclave funziona solo tre ore al giorno; forse la mamma non riesce a rinfrescare l’armadio delle bambine a tempo con i cambi, o forse questa spregevole accusa è solo un ennesimo palesamento di quel pregiudizio che vuole tutti i romeni violenti, sporchi e ubriaconi. Non basta alzare le sbarre delle dogane quando l’ostacolo più alto per l’integrazione resta la preclusione.

Maria ha una faccina rugosa e rassegnata. Dice che ha paura di andare in prigione, riposa poco di notte, e la mattina dorme in classe. Le maestre non sono molto contente del suo andamento generale, perché presta poca attenzione alle spiegazioni, ha i libri di lettura fotocopiati e ogni mezzogiorno si attarda alla mensa della scuola; mangia gli avanzi delle sue compagne, che allontanandosi la indicano dal vetro e ridono; loro sì che son figliole a modino, hanno zaini firmati, riscaldamenti in casa ed una mamma per bene che festeggia l’onomastico sul calendario cristiano.
Le compagne di Maria non hanno lacune in matematica, restano sveglie durante le lezioni e hanno matite profumate nell’astuccio e diari da colorare; tra dieci anni ci scriveranno sopra i loro sogni, e magari tra aspiranti veline e piccole sorelle cresciute troveremo un cuore trafitto col nome di Silvio.

La mamma di Maria e di Fabiana ha 32 anni e, come già detto, si chiama Irina. A Bucarest era una giornalista professionista e guadagnava 400 euro al mese. Ne spendeva 900 per l’affitto, ma poteva contare sull’aiuto aconomico dei suoi genitori.
Dopo il 1 gennaio 2007, con l’ingresso della Romania nell’Unione Europea, ha creduto che provare la carta dell’emigrazione e venire in Italia fosse una buona idea per affrancarsi dalla sua famiglia di origine e guadagnare la propria indipendenza. Ha sperato che infilando in valigia una laurea, e stipando tra pannolini e maglioni più leggeri il suo bilinguismo perfetto e una professione, potesse lasciarsi alle spalle la corruzione di un paese prostrato dalla lunga dittatura di Ceausescu.
Ha bussato a molte porte, e a poche vetrate di redazione; perché certe volte è meglio non sperare, e certe altre è sufficiente avere un accento duro su cui inciampare per perdere le competenze acquisite in anni di gavetta. Irina questo l’ha capito in fretta.
Ha stirato camicie cifrate e rassettato case dalle volte altissime; soffitti affrescati hanno fatto da tetto alle sue speranze partigiane, fino all’inizio del 2009, quando è rimasta incinta di Fabiana.
Prendeva la pillola, Irina, e in un impasto d’incrollabile fiducia e ingenuità ha dato retta all’ottimismo del marito che, nonostante i tempi magri, alla notizia della nuova e inaspettata gravidanza ha esultato contento. La buona provvidenza ci aiuterà, le ha mentito. E poi ci sono io che guadagno, si tratta solo di stringere la cinghia per i primi mesi, poi tu ricomincerai a lavorare, e tutto si aggiusterà. I soliti “lavoretti italiani; quelli precari, a tempo, in nero, a progetto, cococo, a cottimo e via andare.

Quando nove mesi dopo Fabiana è venuta al mondo la divina provvidenza li ha presi a schiaffi: la bambina era cardiopatica, soffriva di asma, e necessitava di un’operazione a cuore aperto entro i tre mesi di vita, per sopravvivere.
Dopo le lunghe settimane trascorse nel grigio del Gaslini, le cure e il terrore che qualcosa potesse andare storto, Fabiana finalmente è arrivata a casa. Ma i pannolini costano, i medicinali anche, e l’unico stipendio ha iniziato a sfilacciarsi agli orli; la loro era una di quelle famiglie censite che arrivavano a malapena alla terza settimana del mese, con sacrifici e rinunce. Per il resto tiravano a campare, cercando di arrangiarsi.
Poteva andare peggio, e infatti.
Irina non è più riuscita a trovare lavoro. Dover badare alla bambina 24 ore al giorno l’ha spogliata del tempo necessario a cercarsi un impiego. Ha cercato qualcosa che la impegnasse qualche ora al giorno, e soprattutto che le permettesse di portarsi dietro una figlia che non può permettersi di affidare né a un asilo nido né ad una baby sitter, ma è stata una ricerca vana. Nessuno cerca una colf che abbia al seguito una bambina ammalata, soprattutto se è romena.

Questa è una storia come un’altra, e non so bene perché l’ho raccontata; forse perché guardare negli occhi una bambina di quattordici mesi e non avere parole di conforto è una condanna a non sperare.
Non bastano i vestiti dati in dono, o quattro omogeneizzati e un carillon a fare il futuro di una donna. Non bastano i minuscoli gesti quotidiani – meschini perché sciorinati – a far tacere la coscienza.
Ora, se riavvolgete il nastro avrete davanti agli occhi la situazione attuale di questa famiglia.
E il motivo per cui impazzisco di rabbia nel vedere Ruby Rubacuori versare lacrime di glicerina da Signorini; questo è un paese che va a puttane, come il suo premier.

Gaber docet: “abbiam fatto l’Europa, facciamo anche l’Italia”.

 

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